Chiesa San Paolo
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Orario Messe
Domenica : ore 16
Da Lunedì a Sabato: ore 18

STORIA DEL CRISTIANESIMO AD ADANA

Gli inizi

Il cristianesimo arrivò ad Adana sicuramente già nel primo secolo… Anche se non si trovano testimonianze esplicite di questo, però in tutta la zona intorno ad Adana si avevano comunità cristiane. Del resto troviamo che, già nel 325, Adana aveva un vescovo, Paolino, e questi partecipò al Concilio di Nicea. Per questo motivo ad Adana doveva anche esserci una discreta cattedrale e non pochi cristiani. In questo tempo il suo vescovo era soggetto alla sede metropolita di Tarso e al Patriarcato di Antiochia. Sappiamo che nel 381 vescovo di Adana fu Ciriaco. Questi non solo partecipò al II Concilio Ecumenico, che ebbe luogo a Costantinopoli, ma fu scelto come maestro personale del senatore Nettario. Infatti Nettario fu nominato vescovo di Costantinopoli, sempre nel 381, e volle che Ciriaco di Adana, lo portasse a piena conoscenza della teologia cristiana, dato che fino ad allora era un catecumeno e si era occupato più che altro di questioni civili. Probabilmente fu scelto Ciriaco anche perché Nettario era originario della vicina Tarso. Secondo S. Giovanni Crisostomo, che scrive al successore di Ciriaco, Anatolio, la città di Adana nel IV-V secolo d.C. era una «città tranquilla e pacifica». Anatolio era un difensore delle posizioni del Crisostomo sebbene ancora non l’avesse incontrato e per questo motivo probabilmente egli fu esiliato a sua volta in Gallia. Alla morte di Teodosio (395 d.C.) Adana fa parte dell’Impero di Bisanzio. Il successore di Anatolio, Cirillo, al Concilio di Efeso del 431 difese le posizioni di Nestorio anche se poi successivamente cercò di riportare unità nella chiesa. Tuttavia egli rimane l’ultimo vescovo conosciuto della Chiesa di Adana a parte la discussa figura di Teofilo d’Adana (+538). Infatti dopo il 640 Adana subisce razzie da parte degli arabi e viene annessa al califfato. Viene riconquistata nel 964 da Basilio II.

 

La forte presenza armena

Dopo la caduta di Ani (1064) in mano ai Selgiuchidi di Arp Arslan, gli Armeni della “Piccola Armenia” occupano Adana (1132) e la città va sotto il re armeno di Cilicia (la chiesa armena si era separata dal resto della Chiesa nel VI secolo e per questo indicata come gregoriana). Nel 1173 ritorna sotto ai bizantini. Nel 1266 conosce il sacco da parte dei Mamelucchi.
Adana passa sotto il Catholicòs di Sis. Fra questi il primo conosciuto è Stefano che si distinse fra il 1307 ed il 1316. Gli armeni svolsero in questa città diversi concili: il più importante fu tenuto sotto Stefano nel 1313. Questo concilio riconfermando i decreti del precedente concilio di Sis (1286) si espresse a favore della riunificazione con la Chiesa Cattolica. In esso si stabilì anche di introdurre nel calendario liturgico la festa del Natale, da tenersi al 25 dicembre e da distinguere da quella dell’Epifania. Nel 1341, alla morte di Leone V, la corona d’Armenia doveva passare a Lusignano di Cipro, ma gli Armeni elessero un loro re. Nel 1359 tornano i Mamelucchi e Piccola Armenia continua a vivere sulle montagne del Tauro, sino all’annessione all’Impero ottomano, da parte di Selim I (1517). Dal 1832 al 1840 passa a Mehmet Ali l’egiziano.
La versione inglese dell’Enciclopedia Cattolica, descrivendo la situazione dei primi anni del 1900, scriveva: gli armeni di Adana oggi sono divisi in Gregoriani, Cattolici e Protestanti. Per i Gregoriani essa è il centro dei 14/15 distretti governati dal Katolicòs di Sis, rappresentato in Adana da un vescovo. Per i Cattolici qui c’è una sede episcopale. Riguardo ai Protestanti, Adana è una stazione missionaria della Central Turkey Mission of the American Board of Commissioners for Foreign Missions (circa 1,000 membri). La chiesa Presbiteriana americana mantiene questa come un stazione missionaria sotto la cura di quella di Tarso. Il totale della popolazione ammonta a 45.000 abitanti nei due o tre mesi della lavorazione del cotone. Durante il resto dell’anno la popolazione non supera i 30.000 abitanti: 14,000 Musulmani, 12,575 Armeni, 3,425 Greci e pochi altri.
Ci sono nella città 18 mosche, 37 medresse e 8 tekke, 2 chiese armene, 1 chiesa latina (dedicata a S. Paolo), 1 chiesa greca e 1 protestante; 29 scuole turche delle quali 28 sono solo scuole elementari e una secondaria, 2 scuole greche, 1 scuola armena, 1 protestante, e 2 scuole francesi, una diretta dai Padri Gesuiti per i ragazzi, l’altra per le ragazze, diretta dalle suore di S. Giuseppe di Lione (quest’ultima includeva una scuola e un collegio che ospitava fanciulle di Adana, Mersin e dintorni). In questa scuola le alunne sono molto numerose: armene, greche, arabe, francesi ed italiane. La gerarchia greca è qui rappresentata da un prelato con il titolo di Metropolita di Tarso e Adana e risiede nella parte antica della città. I suoi diocesani vengono dalla Cappadocia o dall’Arcipelago. Questi sono molto attaccati all’ellenismo e desiderano stare sotto il Patriarcato di Costantinopoli piuttosto che sotto quello di Antiochia. Con la nascita della “repubblica turca” (1923) la città inizia a crescere demograficamente e nelle infrastrutture.

 

Il declino

Dopo la prima guerra mondiale, rimase in città solo la chiesa cattolica S. Paolo e quella della base americana di Incirlik (1951) a cui è legata una locale scuola americana (dalle elementari all’università). La chiesa in Adana, situata nella zona di Tepebağ, fu costruita alla fine del XIX secolo e affidata ai Gesuiti che risiedevano nel vicino collegio, molto rinomato.

È di fondamentale importanza storica la testimonianza oculare dei padri sulla strage nel collegio, nell’aprile del 1909 (vi si erano rifugiati 4000 armeni gregoriani e cattolici), riportata dalla famosa rivista “La Civiltà Cattolica” (E. Rosa, «Le recenti stragi di Adana», in Civ. Catt. (1909), II, 740). La rivista ritenne complice di quelle stragi le potenze occidentali, che pur trovandosi sul posto non intervennero a difendere la popolazione armena minacciata e così furono trucidati circa 30.000 armeni. A questo proposito La Civiltà Cattolica scrisse: «La civiltà dell’Europa moderna, particolarmente della laica Francia, contempla vigile questi orrori e il loro rinnovarsi quasi periodico; senza turbarsene troppo, essa li segue dalle sue vicine corazzate, vi manda alfine i suoi rappresentanti a prenderne nota e a protestare».
Alcuni anni dopo, l’autorevole rivista dei Gesuiti accusava ancora i governi occidentali, alcuni alleati della Turchia e incapaci di far cessare il massacro; scrisse testualmente: «Molti cattolici, legati insieme a fascio, vennero da una collina situata davanti alla città e precipitati nel fiume sottostante. Fra essi vi fu pure un sacerdote cattolico, d. Emmanuele Giukunian: per maggiore ignominia, fu legato ad un cane e così gettato nelle acque per morirvi annegato». E ancora: «I vescovi cattolici vennero tutti deportati, chi qua chi là […]. Anche le religiose furono strappate dalle loro case, alcune uccise o ferite, altre deportate» («Le rinnovate stragi degli armeni nel 1914-15», in Civ. Catt. (1915), III, 251).
Gli articoli del The New York Times invece dettero più spazio alle testimonianze dei missionari protestanti americani. La loro scuola, la loro missione ed i loro interessi commerciali furono mandati in rovina. Le autorità ottomane negarono la fucilazione di due missionari americani, D.M. Rogers e Henry Maurer, accusando invece di questo gli armeni che li avrebbero colti ad appicare il fuoco alla casa di una vedova turca. A questa accusa si oppose il sacerdote americano Stephen Trowbridge di Brooklyn, testimone oculare dei fatti. Trowbridge ha indicato che gli uomini sono stati uccisi “dai musulmani„.

Sempre nel 1909 per aver dato rifugio agli armeni, il Collegio fu bruciato da parte degli stessi autori del massacro. Il collegio femminile venne chiuso e le suore si rifugiarono a Mersin. Il loro immobile non aveva subito danni e nell’autunno la scuola riaprì. L’edifico del collegio maschile venne ricostruito e vi insegnarono, nei vari anni, una trentina di Gesuiti. Con la prima guerra mondiale (1914-18), la scuola restò chiusa. Riprese nel 1919, ma nel maggio 1924 dovette chiudere i battenti. L’accusa fu di essere una “scuola confessionale”.
Il 20 ottobre del 1921 venne firmato il Trattato di Ankara tra la Francia ed il Governo di Ankara, per porre fine al conflitto tra francesi e turchi per il controllo della zona sud orientale dell’Anatolia. Tra le sue conseguenze, vi fu anche l’evacuazione dei volontari armeni da Adana e dai principali centri della Cilicia. In cambio, il governo turco lasciò la Francia operare in Siria, attraverso un mandato.

Ancora nel 1940, i Padri Gesuiti, attraverso il p. Pasty, da Istanbul, mantenevano il servizio religioso durante l’anno, ma furono poi costretti, non avendo più mezzi di sussistenza, a vendere il terreno circostante per salvare almeno la Chiesa. Alcuni cittadini turchi di Adana raccontarono che il p. Pasty, venti anni dopo, fu torturato per tutta la notte da tre energumeni che gli strapparono uno per uno i peli della barba e, praticandogli un taglietto alla gola, gli fecero questa minaccia: «tra una settimana torneremo e se sei ancora qui ti sgozzeremo». I Gesuiti lasciarono quindi la chiesa nel 1968. La Nunziatura affidò la chiesa ai Padri Cappuccini (il 27 marzo) e intestò la chiesa ad una persona di fiducia.

 

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La chiesa di S. Paolo (1968 ca)

quando i Gesuiti lasciano il

loro incarico che passa ai Cappuccini

Il vescovo di Smirne, mons. Bocella,

celebra le cresime e prime comunioni

alla base nord-americana (1970 ca)

 

 

L’arrivo dei Padri Cappuccini

Il primo ad occuparsi della chiesa fu p. Gregorio Simonelli. Da allora ogni domenica i fedeli si radunarono per la Messa. P. Roberto Ferrari, dopo il 1986, costruì sulla tribuna della Chiesa due camere per i frati e al pianterreno una saletta da pranzo ed uno studio, dato che non vi era la possibilità di costruire altrove. Inoltre la Chiesa venne dotata anche di un bell’altare di marmo. A partire dal 7 Gennaio 1988 vi si stabilì definitivamente P. Vincenzo Succi: vi rimase 9 anni, occupandosi non solo della Parrocchia e del servizio alla base americana di Incirlik, ma soprattutto si prese a cuore la sorte di numerosi handicappati (ventidue della sola città di Adana), aiutandoli per ben sessantotto interventi chirurgici e permettendo loro di reinserirsi nella vita sociale.
Per parecchi mesi, molte persone che frequentavano regolarmente la chiesa furono aggredite, picchiate e ferite, restando sempre impuniti i colpevoli, ma quando pestarono un colonnello dell’aeronautica francese in servizio alla base di Adana, finalmente gli aggressori vennero identificati, schedati e ricomparvero solo raramente.
Molti furono gli attacchi diretti a P. Vincenzo, con accuse assolutamente infondate e fotomontaggi fasulli. Fu anche appiccato un incendio che distrusse libri e beni. P. Vincenzo fu costretto quindi a sporgere varie denuncie; vinse i processi ma senza ricevere nulla di indennizzo. Esplosero contro di lui anche un colpo di pistola che lo mancò per pochi millimetri.
Le Suore “Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria” di Parma, nel 1996, si stabilirono in una casa di Adana aiutando nel lavoro pastorale per alcuni anni, prima P. Vincenzo e poi p. Felice Morandi, salesiano.

Successivamente furono di nuovo i Padri Cappuccini di Mersin che ripresero il servizio settimanale nella parrocchia di Adana, fino ad oggi.