Lettera pastorale

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Lettera pastorale del Vescovo Paolo

Vicario Apostolico dell’Anatolia

per il triennio 2018-2021

 

« È necessario che la Chiesa del terzo millennio stimoli tutti i battezzati e cresimati

a prendere coscienza della propria attiva responsabilità nella vita ecclesiale »

(s. Giovanni Paolo II, Novo millennio Ineunte, § 46)

 

A tutti i membri della Chiesa cattolica latina del Vicariato di Anatolia – specialmente alle donne e ai giovani – amore gratuito e pace da parte di Dio nostro Signore e da parte mia!

 

Ringraziamo anzitutto il Signore per tutti i doni che ci ha fatto in questo tempo, conservando nell’esistenza la nostra piccola Chiesa di Anatolia. Egli continua ad avere fiducia in noi, nutre speranza in noi e continua ad amarci, nonostante le nostre chiusure e paure e i nostri egoismi quotidiani.

 

Il Signore è fedele e fin dai tempi dei santi Apostoli Pietro, Barnaba, Paolo, Luca, Timoteo, Tecla e di tutti gli altri uomini e donne che nei secoli hanno dato testimonianza di una vita evangelica, ci è sempre stato vicino senza farci mancare la Sua Parola, il Suo Santo Spirito, la Sua misericordia, la Sua pazienza. Ha continuato a mandare pastori e ad aggiungere nuovi membri ogni anno alla nostra Chiesa.

 

Egli conosce le nostre difficoltà, la nostra fatica di piccola minoranza spesso disprezzata ed emarginata, la nostra fedeltà al dono della fede. Egli conosce il nostro impegno per vivere una buona vita morale, per allevare i nostri bambini cristianamente, per essere fedeli nel matrimonio, per aiutare chi è in difficoltà. Ogni atto di bontà, di gentilezza, di perdono, di servizio … è da Lui conosciuto e custodito nel Suo cuore materno e paterno. Niente di ciò che è buono andrà perduto.

 

Egli conosce bene anche i nostri peccati: alcuni si credono cristiani, ma sono in realtà preoccupati del denaro, del successo, di fare bella figura; si occupano solo di quelli della loro famiglia, sono chiusi ai poveri e agli stranieri e nutrono sentimenti di ostilità verso le persone di altra religione. Non hanno mai tempo per approfondire la Parola di Dio e l’insegnamento della Chiesa, per servire i poveri, per tessere relazioni gratuite. Altri « sono tiepidi, senza iniziativa, contenti di quello che fanno, paurosi di fronte al cambiamento richiesto da nuove sfide o dalle mutate condizioni culturali della società » (Papa Francesco).

 

Ognuno ha ricevuto dei doni da Dio (vedi la parabola dei talenti, Mt  25,14-30). Non esiste qualcuno che non ha ricevuto un talento dal Signore!

Secondo s. Ireneo, discepolo di s. Policarpo di Smirne, il talento è prima di tutto la vita stessa: un dono che non va assolutamente sprecato o ignorato. Alcuni cristiani non vivono: si lasciano vivere! Seguono come pecore cieche, senza capire dove vanno e cosa vogliono.

Secondo alcuni padri orientali, i talenti sono le parole del Signore da mettere in pratica fino a seminarle copiosamente nella terra che è il mondo. Viene infatti facile seppellire i doni di Dio piuttosto che condividerli; viene più facile conservare le posizioni acquisite, i tesori del passato, che crearne di nuovi; è più facile diffidare degli altri, piuttosto che prendere l’iniziativa e andare loro incontro nella libertà e per amore.

Leggere la Bibbia oggi non significa decifrare in modo solitario la partitura di un concerto scritto da Dio stesso; « significa lasciar venire verso di me un immenso oceano sonoro fatto di mille voci e di mille strumenti, e avere la gioia di divenirne una nuova minuscola onda » (J.-L. Chretien).

Scriveva Origene: « A che mi serve che il Verbo sia venuto nel mondo, se non viene in me? E a che mi serve che gli ebrei si siano affrancati dalla schiavitù dell’Egitto, se io stesso non posso essere liberato dall’Egitto della mia servitù? A che mi serve leggere che Gesù ha fatto camminare dei paralitici, se io resto, davanti a quella pagina, intorpidito e anchilosato, se la mia mente rimane immobile e non balza con alacrità dalla barella dei suoi pregiudizi? ».

Una chiesa profetica: questa la nostra speciale vocazione.

 

Come cristiani nel Medio Oriente e in Turchia abbiamo una speciale vocazione profetica, per molti motivi. Ne cito tre tra i più importanti per questo tempo:

  1. siamo un piccolo gregge in mezzo a persone di altre religioni;
  2. siamo chiamati a offrire dei segni concreti che l’unità della Chiesa è possibile, superando le divisioni tra le varie confessioni cristiane;
  3. siamo chiamati a prenderci cura di tanti nostri fratelli, che si sono rifugiati nel nostro paese a causa delle situazioni di violenza, di distruzione e di morte nei loro luoghi di origine.
  4. Anzitutto il Signore non ci ha chiamato per conservare il nostro piccolo gruppo ma per essere testimoni che Gesù è il Signore, il Vivente, il Salvatore di tutti gli uomini. Non basta festeggiare il Natale e la Pasqua: bisogna arrivare a vivere la Pentecoste. Continuamente, in questi ultimi decenni, dopo il santo Concilio Vaticano II, i Papi ci chiamano perciò a mettere la nuova evangelizzazione al centro della nostra vita personale e comunitaria.

 

Ma per evangelizzare dobbiamo prima lasciarci ri-evangelizzare: spesso la nostra fede è povera, una ripetizione di gesti e parole di cui non sappiamo il significato. È attaccata a tradizioni umane recenti e ignora la bellezza di Dio e di ogni uomo, anche il più lontano e nemico.

 

Spesso non ci confrontiamo con il modo di vivere di Gesù e con le Sue Parole – quelle dei Vangeli – ma con quello che si è imparato da bambini, con quello che si fa nella nostra parrocchia o diocesi o movimento ecclesiale.

 

Ecco quindi la necessità di ritornare alle fonti della nostra fede: la Bibbia, la grande Tradizione dei Padri della Chiesa,  il Concilio Vaticano II e le importantissime encicliche degli ultimi quattro Papi.

 

Negli ultimi decenni il Signore ci ha donato dei santi pastori: s. Giovanni XXIII, s. Giovanni Paolo II, e due meravigliosi testimoni del vangelo come Benedetto XVI e l’attuale Papa Francesco. Dobbiamo approfondire il loro insegnamento e imitare il loro comportamento.

 

In molte regioni i cristiani sono, o stanno diventando, un « piccolo gregge » (Lc 12,32). Ciò li pone di fronte alla sfida di testimoniare con maggior forza, spesso in condizione di solitudine e di difficoltà, gli aspetti specifici della propria identità. (s. Giovanni Paolo II, Novo millennio Ineunte, § 36).

 

Infine tutti abbiano presente che la Chiesa locale è sì importante, ma deve costantemente riferirsi alla Chiesa universale: noi siamo dentro un network mondiale che offre molte possibilità e a cui noi dobbiamo portare il nostro contributo. Dal momento che tutte le parrocchie del Vicariato sono tenute da presbiteri che appartengono ad un ordine religioso, il pericolo forte è che ci sia un legame troppo stretto tra parrocchia e ordine religioso: la parrocchia invece deve avere una sua vita autonoma[1] e deve entrare in relazione con altre parrocchie.

 

  1. In secondo luogo, proprio perché viviamo in terre dove i cristiani si sono divisi e combattuti per secoli, siamo chiamati a fare tutto il possibile per vivere in pace con gli altri cristiani tornando a celebrare il Mistero Pasquale tutti insieme.

Come potrebbe dire di amare Gesù una persona che non avesse a cuore l’estremo desiderio e preghiera di Gesù: «Che siano una cosa sola!» (Giovanni 17,21ss)?

Come potrebbe dire di amare Gesù una persona che accettasse passivamente una situazione per cui Gesù ascolta dal cielo alcuni Suoi discepoli che piangono per la Sua morte mentre altri fanno festa per la Sua risurrezione? Come potrebbe il Padre rassegnarsi ad avere una famiglia divisa? E vedere alcuni Suoi figli che digiunano e celebrano la morte del loro Fratello maggiore mentre altri mangiano, bevono e fanno festa?

 

Se avete un cuore di padre o di madre o di fratello o di sorella non potrete accettare passivamente che la famiglia sia divisa e che ogni gruppetto di fratelli sia più attaccato a quanto fa il suo gruppo che non all’intera famiglia.

Dove c’è divisione regna satana, il divisore, non il Signore: Egli abbatte ogni muro di separazione (cf. Efesini 2,13-18)!

 

  1. In terzo luogo, come potrebbe un Padre non essere preoccupato quando vede che alcuni Suoi figli soffrono terribilmente avendo perso tutto – la lingua in cui sono cresciuti, i parenti, gli amici, la cultura, la casa, le tradizioni, la cucina … – ed altri figli che si disinteressano? Come potrebbe Gesù – che è stato straniero, povero, perseguitato, che ha dovuto molte volte fuggire, non solo da piccolo – non identificarsi in chi vive le sue stesse prove?

 

Non entrerà nella casa del Signore, alla fine dei tempi, chi dice “Signore, Signore” (Matteo 7,22). Che cosa infatti considera il Re seduto sul trono della gloria, per formulare il giudizio, oggi e nell’ultimo giorno? Risponde Matteo 25,31-46: non si tratta di questioni che riguardano la fragilità degli umani, il loro aver compiuto il male in quanto attratti da passioni umane; anche se ci sono stati dei peccati. In vista della salvezza o della perdizione non appaiono come cause di vita o di morte eterna. Non sono neppure elencati i peccati contro Dio, quali la bestemmia o la mancata osservanza delle tradizioni religiose. Le colpe che causano l’esclusione o l’ingresso nel Regno sono invece quelle che si riferiscono a come ci si è rapportati con le persone in stato di bisogno o di disgrazia: la fame, la sete, l’emarginazione dello straniero, la nudità, la malattia, la prigionia. Qui si gioca la salvezza: nella relazione concreta con ogni altro essere umano. Sulla terra avviene già il “processo” quando di fronte a chi è nel bisogno facciamo qualcosa – quello che possiamo e sappiamo fare – oppure non facciamo nulla, perché passiamo oltre ignorando il suo grido di aiuto. Nel giudizio alla fine dei tempi, ci sarà solo la sentenza. Questa sentenza abbatte ogni muro e supera ogni distinzione, per esempio, tra cristiani e musulmani: sia i suoi discepoli, sia quanti sono estranei al cristianesimo, tutti sono giudicati in base alla relazione con i più piccoli, fratelli e sorelle di Gesù, il piccolo e il povero per eccellenza.

 

« Non nel culto, non nella liturgia, si mette in salvo la propria vita, ma nella relazione tra corpi, nel volto contro volto, mano nella mano, carne che tocca la carne. (…) L’amore che Gesù richiede non è astratto, non è fatto di intenzioni e sentimenti, non è solo “preghiera per”: è azione, comportamento, concreta responsabilità » (E. Bianchi).

 

Se la liturgia, la preghiera e i sacramenti non ci conducono a questo, allora sono sterili e inutili; queste realtà servono nella misura in cui ci aiutano a vivere nell’amore, all’amare persino il nemico, il non amabile (cf. Matteo 5,43-48).

 

La malvagità o la bontà di una azione compiuta, nascono dal modo in cui si vive la relazione con il fratello o la sorella, e non in riferimento al Dio che non si vede (1Giovanni 4,12.20). Benedizione dunque per chi ha saputo prendersi cura, con la sua carne, della carne dei fratelli e delle sorelle; maledizione per chi è passato oltre, magari bisbigliando preghiere, ma non vedendo, non riconoscendo il volto di Cristo, non avvicinandosi all’altro che era nel bisogno.

 

Dice Papa Francesco: « Peccato è dire: Non mi riguarda, non è affar mio, è colpa della società. È girarsi dall’altra parte quando il fratello è nel bisogno, è cambiare canale appena una questione seria ci infastidisce, è anche sdegnarsi di fronte al male senza far nulla. Dio, però, non ci chiederà se avremo avuto giusto sdegno, ma se avremo fatto del bene. Non fare nulla di male non basta, perché Dio non è un controllore in cerca di biglietti non timbrati » (omelia di domenica 19 novembre 2017)[2].

 

I rifugiati inoltre sono portatori di tradizioni, di liturgie, di cultura, di competenze: hanno qualcosa di bello da dare, non hanno bisogno solo di ricevere. Vanno valorizzati nei loro talenti, non semplicemente assistiti nelle loro necessità.

 

Una Chiesa con i laici protagonisti

 

Come ha detto più volte s. Giovanni Paolo II, la Chiesa del Terzo Millennio deve tornare ad essere la Chiesa dei laici, dove preti, diaconi, suore, monaci e monache sono al servizio del Popolo di Dio e non la casta che decide e comanda. « Guardando al passato, potete constatare chiaramente quanto sia essenziale per la vita della Chiesa il ruolo dei laici. Come non ricordare qui le dure persecuzioni che la Chiesa del ventesimo secolo ha subito in vaste aree del mondo? È stato soprattutto grazie alla coraggiosa testimonianza di fedeli laici, non di rado fino al martirio, se la fede non è stata cancellata dalla vita di popoli interi. L’esperienza dimostra che il sangue dei martiri diventa seme di confessori e noi cristiani dobbiamo molto a questi “militi ignoti della grande causa di Dio” » (Tertio millennio adveniente, §37).

 

« Dalla crisi odierna – diceva già nel 1969 l’allora Card. J. Ratzinger in occasione del Natale – emergerà una Chiesa che avrà perso molto … dovrà ripartire più o meno dagli inizi … Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino e non come un problema di struttura liturgica … io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: la Chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà come la casa dell’uomo, dove trovare vita e speranza oltre la morte ».

 

Voi laici però dovete approfondire la vostra fede, ripartendo dalla Parola di Dio ascoltata e meditata; così diventerete i protagonisti della vostra vita di fede. Non ha futuro una Chiesa che si regge soltanto sui pastori; non ha futuro una chiesa che si regge su pastori che vengono dall’estero e devono elemosinare un permesso di soggiorno annuale.

 

Le priorità del Vicariato di Anatolia sono quelle di molte altre diocesi della Chiesa: i giovani e le giovani famiglie. Dobbiamo porci accanto a loro e ascoltarli, come ha fatto Gesù con i discepoli di Emmaus, e accompagnare i loro percorsi che non sono più i nostri, nella loro ricerca di un senso della vita, offrendo loro il meglio della grande tradizione della Chiesa e non solo le cose dell’ultimo secolo.

 

« Loro (i giovani) cercano in molti modi la vertigine che li faccia sentire vivi. Dunque, diamogliela! Stimoliamo tutto quello che li aiuta a trasformare i loro sogni in progetti, e che possano scoprire che tutto il potenziale che hanno è un ponte, un passaggio verso una vocazione (nel senso più ampio e bello della parola). Proponiamo loro mète ampie, grandi sfide e aiutiamoli a realizzarle, a raggiungere le loro mète. Non lasciamo che la vertigine la ricevano da altri, i quali non

fanno che mettere a rischio la loro vita: diamogliela noi » (Papa Francesco).

 

Come è sempre stato, la Chiesa ha un futuro quando c’è una comunità di persone che conoscono le grandi e meravigliose cose che Dio ha fatto e fa continuamente per noi, che sanno pregare insieme, che sanno organizzarsi e inventare insieme ciò che è utile e bello per la comunità. Quando la Chiesa è così, allora i giovani pongono delle domande autentiche e utili, anzitutto a loro stessi: come posso servire questa splendida comunità che mi ha generato e allevato nella Buona Notizia, che ha dato un senso alla mia vita, che mi ha insegnato cosa è bene e cosa è male? E i genitori devono insegnare ai figli a porsi queste domande, prima ancora che domandarsi quali studi intraprendere, quale professione fare, come avere un buon reddito, ecc.

 

Se non ci sono vocazioni di persone turche alla vita consacrata e sacerdotale diocesana, non c’è futuro per la Chiesa dell’Anatolia. Tuttavia, le vocazioni non nascono dal nulla, ma da una comunità fervente, gioiosa, creativa. E coloro che sono all’estero pensino seriamente come aiutare la Chiesa che li ha generati.

 

Linee operative

Indico operativamente alcune decisioni e direttrici da attuare nel prossimo triennio[3], sia per la costante formazione di una vita cristiana adulta, ma anche come momenti utili per alcuni catecumeni.

  1. Il piano pastorale formativo comune a tutti, per il prossimo triennio sarà incentrato su:
    1. 2017-18: Vangelo di Marco (è già approntato un valido sussidio, chiedere a J. Sadredin)
    2. 2018-19: Opera lucana (Vangelo e Atti degli Apostoli)
    3. 2019-20: Alcuni scritti dei primi Padri della Chiesa (lettere di Ignazio di Antiochia, Didachè, Lettera a Diogneto …) per meditare su una “chiesa ministeriale”, sulla “testimonianza” nel contesto di altre religioni, sul rapporto con la società e le autorità civili.

 

  1. Il corso Alfa – Omega è una opportunità da prendere al volo per formare – seriamente e insieme ad altri turchi – qualche cristiano che possa anche divenire collaboratore pastorale. Prima tappa 28 febbraio – 4 marzo (con inizio la sera del 28 e fine alle ore 12.30 del 4), ad Ankara. Termine iscrizioni: 14 gennaio.

 

  1. La pastorale giovanile e quella delle giovani famiglie è la nostra priorità.
    1. Abbiamo già deciso di fare due week end per i giovani in occasione della “Conversione di s. Paolo” (26 sera – 28 pomeriggio a Mersin – Tarsus; 28 sera – 30 pomeriggio giugno a Antakya, con possibilità di fermarsi fino alla domenica 1 luglio pomeriggio).
    2. Una pastorale giovanile seria porta ragazzi e ragazze alla disponibilità a tutte le vocazioni, specialmente quelle presbiterali e di speciale consacrazione, per l’edificazione di una Chiesa locale non più dipendente dall’estero.
    3. Una forte pastorale delle giovani famiglie permette di creare l’ambito naturale per l’educazione dei piccoli alla fede. Quando vedo certi padri che portano i loro bambini in moschea e insegnano loro – con pazienza, amore e autorevolezza – le preghiere, le posizioni del corpo, il silenzio davanti a Dio … mi domando: i nostri genitori cattolici cosa fanno per educare i piccoli? Le nostre giovani famiglie pregano a casa, con spontaneità e fervore? Raccontano le belle storie della Bibbia, scritte per educare piccoli e grandi?

 

  1. La riapertura di Caritas Anatolia offre l’opportunità non solo di testimoniare un amore gratuito, senza fare differenze di persone o religioni (cosa distintiva dell’amore cristiano), ma è anche una palestra per il servizio ai poveri, in cui Cristo è presente e ci educa; occasione quindi speciale per la formazione dei giovani e non solo. Attraverso la Caritas raggiungiamo anche i nostri fratelli cristiani rifugiati: una nuova opportunità per rinvigorire e ripensare le nostre comunità.

 

  1. Il corso base di introduzione alla iconografia, visto il successo della prima edizione, verrà ripetuto in agosto dall’8 sera al 16 mattina. Per sole donne. Lo terrà ancora Mariagrazia Zambon, molto apprezzata da tutte le partecipanti del primo corso. Anch’io sarò presente.

Nei giorni dopo Natale 2018 si terrà poi la seconda tappa per coloro che hanno frequentato il corso del luglio 2017 e agosto 2018.

 

  1. Il pellegrinaggio nazionale a Efeso e Meryem Ana, promosso dalla CET, resta quello su cui far convergere le nostre parrocchie. I parroci prendano le necessarie decisioni perché ci siano persone anche dal nostro Vicariato. Si terrà domenica 7 ottobre 2018.

 

  1. A Natale, Pasqua, Kurban Bayramı e Şeker Bayramı, a Ìskenderun, si terranno dei corsi di formazione sul cristianesimo per catecumeni e cristiani afgani e iraniani. Il primo corso ha visto la partecipazione di 33 persone più alcuni bambini. Se incontrate potenziali interessati, informateli di queste opportunità, praticamente uniche.

 

Un’ultima annotazione, riprendendo quanto detto sopra: noi cattolici riconosciamo nel ministero del successore di Pietro la continuità apostolica tra Gesù e noi. Per la formazione di un pensiero teologico aggiornato, è necessario seguire i documenti del Romano Pontefice, accessibili in lingue conosciute dagli operatori pastorali e anche da vari fedeli:

https://w2.vatican.va/content/vatican/it.html.

Per custodire la nostra identità cattolica, è necessario – nelle omelie e nelle catechesi, così come nella formazione dei catecumeni o dei neofiti – far conoscere quanto il Papa dice e scrive. Molti giornalisti e nemici della Chiesa cattolica fanno il gioco perverso dello scandalismo, prendendo frasi isolate del pensiero del Pontefice, ieri come oggi. In un’epoca in cui prevale l’individualismo e in cui molti credono di sapere tanto perché seguono i social network, è indispensabile mantenere serietà scientifica e onestà intellettuale che richiedono la lettura integrale dei testi.

Chiediamo la fraterna intercessione delle sante/i e martiri delle nostre terre perché ci aiutino ad essere discepoli credibili, umanamente e cristianamente.

Ci affidiamo anche alla Madre del Messia, più forte di ogni potenza malvagia.

Grazie per la vostra attenzione.

Vi benedico

+ Paolo

 

Solennità del Santo Natale 2017

 

[1] È indispensabile che la parrocchia abbia un bilancio separato da quello della comunità religiosa; è indispensabile che i beni che le persone hanno donato per la vita della parrocchia non diventino automaticamente beni dell’ordine religioso! Si deve informare i fedeli di questa distinzione e quando vogliono fare una donazione si deve spiegare bene che la parrocchia e l’ordine religioso che la gestisce, sono due realtà distinte. Anche nel recente passato sono stati fatti errori gravi in questo campo e ricordo che è dovere del Vescovo citare in giudizio presso il tribunale ecclesiastico quel parroco che non si attenesse a queste norme sulla distinzione dei beni.

[2] Molto chiaro e costante è l’insegnamento degli ultimi Papi. Benedetto XVI: «Il nostro dovere è aiutare questa gente a tornare in patria e a costruire lì una vita degna. Questa deve essere la prospettiva. Ma oggi, in attesa di questo rientro, bisogna offrire loro accoglienza». Giovanni Paolo II: «Gesù ha voluto prolungare la sua presenza fra noi nella precaria condizione dei bisognosi, tra i quali egli annovera esplicitamente i migranti» … «I Paesi non possono disinteressarsi del problema migratorio e ancor meno chiudere le frontiere o inasprire le leggi, tanto più se lo scarto tra i Paesi ricchi e quelli poveri, dal quale le migrazioni sono originate, diventa sempre più grande». Paolo VI: «Dovunque voi vi fermiate, siete considerati importuni ed estranei. E restate timidi e timorosi. Qui no. Qui, nella Chiesa, siete bene accolti, siete attesi, salutati, festeggiati».

[3] Sono linee in parte già decise insieme nella riunione degli operatori pastorali del novembre 2017.

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